martedì 15 marzo 2016

Recensione: Il prigioniero della notte

Titolo: Il prigioniero della notte 
Autore: Federico Inverni 
Editore: Corbaccio 
Pagine: 480 
Prezzo: 16,90
Descrizione:  
Lucas è un detective. Nella sua vita gli sono rimasti solo il nome e il lavoro. Il suo passato è una ferita sempre aperta da un evento sconvolgente ha segnato la sua vita... e la sua mente. Come un automa attraversa i delitti su cui è chiamato a investigare, mettendo al servizio della giustizia il suo intuito straordinario, quasi visionario, e la sua sensibilità persino eccessiva. Fino a quando incappa in un caso diverso da tutti gli altri: una giovane donna trovata morta con il terrore negli occhi e nessun segno di violenza apparente. Lucas sa che il colpevole è un assassino seriale e ne ha conferma da Anna, psichiatra profiler, abituata a scandagliare il male in tutte le sue forme, da quando lei stessa, da ragazza, ha vissuto un’esperienza traumatizzante. Lucas e Anna annaspano in un labirinto di follia in cui i ricordi del loro passato, tenuti troppo a lungo sepolti, riemergono taglienti come vetri rotti in un’indagine che li coinvolge da vicino, lasciandoli devastati di fronte a una verità impensabile.


L'autore:
Federico Inverni è uno pseudonimo dietro il quale si nasconde l’autore di questo romanzo d’esordio. Italiano, di circa quarant’anni, Federico ama le storie, da qualunque parte provengano. Si sente in pace circondato dalle pagine scritte, ma a volte ha l’impressione che i libri lo guardino. Del resto, i libri hanno una vita indipendente: ecco perché ha scelto di celarsi dietro un nome diverso e lasciare che «Il prigioniero della notte» trovi la sua strada e i lettori. E forse anche perché teme che i personaggi gli assomiglino troppo.

La mia recensione:

La nostra identità si fonda sulla memoria, sulla nostra capacità di raccontare quello che siamo stati e quello che siamo. In sostanza, siamo un po’ tutti dei narratori inconsapevoli, narratori perché la memoria non si limita a registrare in maniera oggettiva e fedele quello che accade, ma interpreta, “corregge”, colma le lacune, inserendosi nel complesso schema dei meccanismi di difesa o dei sensi di colpa elaborato dalla nostra psiche.
I vuoti di memoria sono come buchi nella propria identità, per questo fanno paura, al punto che il nostro cervello li riempie ricorrendo alla “confabulazione”, ovvero reinventando i pezzi che mancano.
Ce lo spiega Federico Inverni nelle note conclusive del suo romanzo e ho voluto cominciare la mia recensione proprio a partire da qui, perché questa riflessione rappresenta il punto di partenza e quello di arrivo de Il prigioniero della notte, un thriller psicologico in cui la mente, più che mai, è protagonista assoluta.
Come in qualsiasi thriller che si rispetti, abbiamo un caso che fa da fil rouge: un serial killer rapisce delle donne giovanissime e poi fornisce degli indizi alla polizia affinché ritrovi i cadaveri. Nessun segno di violenza sui corpi, solo un bocciolo di tulipano incastrato nella bocca a siglare il delitto.
Sin da subito, tuttavia, l’autore ci spiazza, inserendo nel contesto degli elementi insoliti, a cominciare dai due protagonisti incaricati delle indagini: il detective Lucas e la profiler Anna.
Entrambi sono eccellenze nei rispettivi campi di competenza, eppure sono personaggi disorientanti, non solo per il lettore ma anche l’uno per l’altro.
Lucas è dotato di straordinarie capacità deduttive, di grande spirito di osservazione e di una spiccata sensibilità. Ciò gli consente di notare particolari invisibili agli occhi dei colleghi, di cogliere connessioni che agli altri sfuggono, per questo gli vengono affidati solo i casi più difficili. Nonostante ciò la sua è una presenza tutt’altro che rassicurante, poiché Lucas appare freddo, quasi fosse egli stesso un cadavere, ha difficoltà a relazionarsi agli altri e soffre di strane crisi di depersonalizzazione.
Anna, benché sia allenata a tracciare profili, si riscopre incapace di inquadrare Lucas, giacché ha l’impressione di avere a che fare con un morto.
Dal suo canto, la profiler convive con un ricordo molto doloroso, un’esperienza traumatica vissuta nel passato che ha saputo sublimare  grazie alla sua professione ma che ancora ribolle sotto la superficie e che adesso minaccia di salire a galla, perché il caso a cui è stata assegnata ha molte similitudini con l’orrore che l’ha vista protagonista. Anna sa come si sentono le ragazze rapite per averlo provato sulla sua stessa pelle.
Per poter fare squadra e unire davvero le rispettive forze, i due professionisti dovranno studiarsi, prendersi le misure, ma anche imparare a fidarsi l’uno dell’altro in un contesto in cui non è affatto facile. Dovranno leggersi dentro e riuscire a comunicare al di là delle barriere difensive che hanno elaborato.
Leggendo questo libro si ha la sensazione di entrare in un labirinto di specchi. Più si procede e più ci si rende conto, però, che il giallo orchestrato con assoluta perizia da Inverni non costituisce che le mura perimetrali di una struttura molto più complessa. Gradualmente siamo attirati nel cuore del dedalo e comprendiamo che il vero mistero da afferrare non è rappresentato dagli accadimenti esterni ma dalla mente  umana. La storia oggettiva si intreccia così con le numerose storie che i vari personaggi si raccontano per fronteggiare il personale horror vacui; storie che narrano di traumi rimossi, di segreti taciuti, ma soprattutto di follia. Tra le altre cose entreremo nel merito della sindrome di Clotard, rara ma reale: una patologia particolarmente inquietante poiché chi ne è affetto dimentica di essere vivo.
L’autore si mostra abilissimo nel disorientarci. A più riprese ci spinge in una certa direzione, ci illude di essere ormai vicini alla soluzione dell’enigma per poi rimescolare le carte e ribaltare completamente lo scenario. In questo modo ci tiene in scacco per oltre quattrocentocinquanta pagine: una volta che si comincia a  leggere, infatti, diventa impossibile fermarsi, non tanto per la curiosità di dare un volto e un nome al serial killer su cui si indaga quanto perché, senza quasi accorgersene, si viene letteralmente catturati dalla sensazione che il filo stesso del racconto rappresenti l’unica via percorribile per uscire dalla notte.
Uno dei migliori thriller che abbia mai letto.









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