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lunedì 31 marzo 2014

Reborn - vi presento il mio nuovo romanzo



Ci siamo!
Dopo oltre due anni di, quasi assoluto, silenzio torno a parlarvi di me come scrittrice, o aspirante tale.
La pausa intercorsa dalla mia ultima pubblicazione (Il mistero dei libri perduti) alla novità che sto per annunciarvi è stata soprattutto una pausa di gestazione, indispensabile per mettere a punto le nuove idee, documentarmi, scrivere, rileggere e correggere. Non sarei onesta fino in fondo però se non vi dicessi che è stata anche una pausa di riflessione sul mio percorso editoriale.
Non vi tedierò con i dettagli ma, facendo un bilancio delle mie esperienze di pubblicazione pregresse, ho compreso di aver imboccato un sentiero che mi procurava più dolori che gioie perché mi stava privando progressivamente della mia libertà e, di conseguenza, dell’entusiasmo.
È soprattutto per questo che ho deciso di sperimentare un percorso nuovo, probabilmente più accidentato, ma all’insegna della totale indipendenza: quello del selfpublishing.
Forse non è del tutto casuale che si chiami Reborn il romanzo con cui o scelto di regalarmi una sorta di rinascita.

Fra pochi giorni disponibile su tutti gli store online sia in ebook che in versione cartacea.


Titolo: Reborn
Autrice: Miriam Mastrovito
Genere: New Gothic
Editore: youcanprint
Pagine: 294
Cartaceo: 16,90
Ebook: 2,99

Una bambina venuta dal passato.
Una madre in lutto.
Un folle eroe romantico.
Un cocchiere dall’occhio di vetro.
Una storia d’Amore e Morte che vi condurrà al confine tra i mondi.


Descrizione:
Da quando ha perso il marito Andrea e la figlia Martina in un incidente stradale, Elga non è più la stessa.  Si è isolata dal mondo e vive di ricordi. Il suo unico diversivo è rappresentato dalle bambole reborn che crea per mestiere.
Il 9 settembre 2013, giorno in cui Martina avrebbe compiuto dieci anni, Elga realizza per lei una bambola, come avrebbe fatto se fosse stata ancora viva. A sera, la sistema nella cameretta, che ha lasciato intatta dal giorno della sua morte, celebrando così quella ricorrenza speciale.
La mattina dopo viene accolta da una strana sorpresa: una bambina che non conosce si è intrufolata in casa. Sembra avere la stessa età di sua figlia ma non le somiglia per niente.
Rea − questo il suo nome − sostiene, invece, che Elga sia proprio la sua mamma ed è la stessa cosa che affermano tutti in paese.
Quale la verità?
Per scoprirla la donna potrà contare solo su Iuri, giovane impiegato delle Onoranze funebri nonché stalker che da tempo la tormenta.
Sarà l’inizio di uno strano viaggio che la condurrà al confine tra i  mondi, lì dove regna il mistero e la Morte non è che l’inizio di una vita oltre.



lunedì 18 novembre 2013

Recensione in anteprima: The returned

Titolo: The returned
Autore: Jason Mott
Editore: Harlequin Mondadori
Pagine: 336
Prezzo: 16,00 euro
In libreria dal 19 novembre 2013

Descrizione:
Per Harold e Lucille Hargrave la vita è stata felice e amara allo stesso tempo, da quando hanno perso il figlio Jacob il giorno del suo ottavo compleanno, nel 1966. In tutti questi anni, si sono adattati a una vita tranquilla, senza di lui, lasciando che il tempo alleviasse il dolore... Finché un giorno Jacob, il loro dolce, prezioso bambino, misteriosamente, ricompare alla loro porta, in carne e ossa. E ha ancora otto anni. Qualcosa di strano sta succedendo... i morti stanno tornando dall’aldilà. Mentre il caos rischia di travolgere il mondo intero, la famiglia Hargrave di nuovo riunita si ritrova al centro di una comunità sull'orlo del collasso, costretta a fare i conti con una realtà nuova quanto misteriosa e con un conflitto che minaccia di sovvertire il significato stesso di genere umano. 

The returned diventerà presto anche una fiction TV che andrà in onda sull’emittente americana ABC. Il serial si chiamerà The Resurrection e vanterà un team d’eccezione. 

L'autore:

Jason Mott. Scrittore americano, è autore di due raccolte di poesie ha pubblicato le sue opere anche in molte riviste letterarie. Nel 2009 è stato nominato per il Pushcart Prize, il premio dedicato agli autori pubblicati da piccoli editori. THE RETURNED è il suo primo romanzo, che uscirà in contemporanea in tutto il mondo. Un evento imperdibile che presto diventerà anche una serie televisiva con un cast stellare, proveniente dai più famosi serial americani.

La mia recensione:

Qualcuno bussa alla tua porta. Vai ad aprire, magari aspettandoti che sia il solito scocciatore, e invece… ti ritrovi di fronte chi non avresti mai immaginato: una persona cara persa ormai da tanto tempo, qualcuno che sapevi essere morto e sepolto per averlo visto coni tuoi occhi ma che adesso è proprio lì, in carne e ossa, sulla tua soglia e non aspetta altro che essere accolto tra le tue braccia.
È una scena che ho visualizzato spesso nei miei sogni, un pensiero su cui ho fantasticato più volte e che, sono certa, avrà sfiorato anche voi, perché separarsi definitivamente da una persona amata è qualcosa di intollerabile per tutti.
Affascinante e inquietante al tempo stesso, l’ipotesi di un ritorno dall’aldilà si è insinuata anche in cinematografia e in letteratura assumendo quasi sempre, però, delle forti connotazioni horror. Solitamente i ritornanti sono zombie, esseri mostruosi, spaventosi, maleodoranti; creature in disfacimento che nulla più conservano di veramente umano e che rappresentano una minaccia per i vivi. Lo stesso Stephen King si è lascito sedurre da questa tematica producendo nell’ormai lontano 1983 l’indimenticabile Pet Sematary − a mio avviso uno dei suoi romanzi migliori. Anche nell’immaginario del Re,  il sogno si trasformava in incubo perché coloro che tornavano non erano del tutto uguali a quelli che se ne erano andati e, di certo, non erano animati da buone intenzioni.
Inevitabilmente il desiderio di sconfiggere la morte si scontra con la consapevolezza che in esso ci sia qualcosa di sbagliato, poiché tornare in vita è contro natura.
Jason Mott non sovverte questa regola non scritta ma verga una storia molto diversa da quelle raccontate fin qui sull’argomento. Non si tratta di una favola e nemmeno di un racconto sdolcinato privo di credibilità, tutt’altro, The returned è un romanzo crudo, struggente, realistico a dispetto dell’idea da cui prende le mosse, eppure capace di allargare il cuore di chi legge all’inverosimile. È una carezza nell’ora più buia, è la speranza che qualcosa di essenziale possa restare per sempre, nonostante tutto.
All’improvviso succede davvero: un bel giorno, senza alcuna spiegazione, i morti cominciano a tornare. Non si alzano dalle tombe né riemergono dalle viscere della terra, semplicemente riappaiono vivi e vegeti da qualche parte nel mondo. Non hanno orbite svuotate, né pelle cascante, sono tali e quali a com’erano prima di morire e conservano la stessa età  che avevano al momento del decesso. Non sono famelici e nemmeno aggressivi, sono solo smarriti perché non ricordano niente di ciò che è successo dopo che è calato il buio sulle loro esistenze. A un certo punto riaprono gli occhi e si ritrovano in un luogo sconosciuto e il loro bisogno più impellente, salvo rare eccezioni,  è quello di tornare a casa.
Chiudete gli occhi per un attimo e provate a immaginare lo scenario. Amanti che si ritrovano, familiari che si ricongiungono, amici che si riabbracciano. Sembra un idillio, vero?
Eppure non è proprio così. Se vi soffermate a riflettere, vi accorgerete che una miriade di domande comincerà ad affollare la vostra mente e contemporaneamente inizieranno a profilarsi un mucchio di problemi di difficile soluzione.
I redivivi si moltiplicano, sono sempre di più, così nelle città comincia a non esserci più spazio per tutti e i viveri scarseggiano. Il fenomeno pian piano acquisisce i contorni di una epocale immigrazione e il fatto che gli “stranieri” in arrivo provengano dall’oltretomba non impedisce che i comuni sentimenti di razzismo e intolleranza mettano le radici nei cuori di qualcuno.
C’è chi riaccoglie i propri cari senza remore come Lucille Hargrave che riabbraccia il suo Jacob − morto in un tragico incidente all’età di soli otto anni − gridando al miracolo, ma c’è pure chi nutre il sospetto che si tratti di demoni o di pallide imitazioni e vorrebbe respingerli al mittente. Nel mezzo rimangono gli indecisi come Harold, il marito di Lucille, che non riesce a considerare il bambino un mostro ma neanche riesce a riconoscerlo davvero come suo figlio perché lui ha stretto tra le braccia il suo corpicino esanime, livido e gonfio dopo essere stato a mollo nelle acque del fiume, e non può fare a meno di pensare che nel nuovo Jacob ci sia qualcosa di profondamente sbagliato. Vorrebbe chiudergli la porta in faccia ma non ce la fa perché il dubbio è terribile.
La personale esperienza dei coniugi Hargrave, insieme a quella di alcuni altri abitanti di Arcadia (piccolo paesino americano), rimane sotto i riflettori ma tra i capitoli che tracciano il filo conduttore del romanzo si inseriscono molteplici altri racconti di persone ritornate.
Con grandissimo realismo e uno stile incisivo e asciutto che, a tratti, mi ha ricordato la prosa di Philip Dick, Jason Mott delinea un scenario di fortissimo impatto esplorando tutte le possibili implicazioni della situazione immaginata, non trascurando la riflessione su alcuni grandi quesiti che dall’alba dei tempi assillano l’umanità.
Lo sguardo attento dell’autore  si sposta dal macrocosmo − rappresentato da una società al collasso che risponde all’emergenza con l’allestimento di veri e propri campi di concentramento per i redivivi −, al microcosmo rappresentato dalle esperienze dei singoli e dalla loro personale reazione al fenomeno di cui sono protagonisti. Nel passaggio dall’una all’altra prospettiva si fanno strada le grandi speculazioni sul senso della vita e della morte, sulla fede, sull’amore, sul peso della memoria.
Si giunge così, tra mille dubbi e altrettante speranze, al termine di un’avventura che, inevitabilmente, sfocia in un finale aperto lasciando alcuni interrogativi in sospeso ma non mancando di consegnarci una risposta, a mio parere, impagabile. Non si tratta di una risposta univoca e sbandierata, è una risposta appena sussurrata e che va ricercata tra le righe ma che, vi assicuro, vi aprirà il cuore fornendovi una preziosa chiave di lettura in grado di farvi innamorare ancora di più di questo libro straordinario.
La verità è che, come l’autore stesso auspica nelle sue note conclusive, The returned non è semplicemente una storia. The returned, è un luogo in cui “le spietate regole della vita e della morte non esistono più e le persone possono stare ancora una volta con i loro cari, Un luogo in cui un genitore può abbracciare di nuovo il figlio. Un luogo dove due innamorati possono ritrovarsi dopo essersi persi. Un luogo dove un bambino può, finalmente, dire addio alla madre.”
Un luogo dell’anima − aggiungerei io −  in cui la morte, intesa come fine di tutto, può essere  messa a dura a prova dalla forza del ricordo.











 





  

  




lunedì 28 ottobre 2013

Recensione: L'amore ai tempi della neve

Titolo: L'amore ai tempi della neve 
Autore: Simon Montefiore 
Editore: Corbaccio 
Pagine: 480 
Prezzo: 17,60



Descrizione: 
  Mosca 1945: mentre Stalin si appresta a festeggiare la vittoria sui nazisti insieme ai suoi più stretti collaboratori, poco distante risuonano due spari. Un ragazzo e una ragazza vengono trovati morti su un ponte. Ma i due ragazzi non sono persone qualunque, bensì appartengono a due delle famiglie più influenti e più vicine a Stalin e frequentano entrambi il collegio più esclusivo dove studia tutta la nuova élite politica e intellettuale dell’Unione Sovietica. Si tratta di un omicidio? Di un doppio suicidio? Di una cospirazione contro lo Stato?
Le indagini si svolgono sotto il diretto controllo di Stalin, che fa interrogare i ragazzi costringendoli a testimoniare contro i loro amici, i loro fratelli e i loro stessi genitori, in una terribile caccia alle streghe che porta alla luce amori illeciti e segreti famigliari e in cui il più piccolo sbaglio può significare una condanna a morte…



L'autore:


Simon Montefiore è autore di saggi storici fra cui Gli uomini di Stalin, Il giovane Stalin e Jerusalem: The Biography, che hanno ottenuto importanti premi e riconoscimenti, e del romanzo Sašenka, pubblicato in Italia da Corbaccio. I suoi libri sono bestseller in tutto il mondo e vengono pubblicati in 40 lingue.
Durante le ricerche compiute su Stalin, Montefiore ha avuto modo di intervistare alcuni dei «ragazzi» arrestati nel caso straordinario che gli ha offerto l’ispirazione per L’amore ai tempi della neve.


La mia recensione:


Mosca, 24 giugno 1945: la Parata della Vittoria sui nazisti sta per concludersi quando un rumore di spari riecheggia tra a folla. Nell’aria volteggiano candidi i semi dei pioppi inscenando una danza che i moscoviti chiamano “neve d’estate”, mentre il suolo si tinge di rosso e la giornata di festa si conclude in tragedia.
A giacere privi di vita sono i corpi di Nicolaj Blakov e Rosa Šako, entrambi diciottenni iscritti alla scuola d’elite 801, entrambi armati di pistola e vestiti con abiti fuori moda. Sembrerebbe un banale delitto passionale destinato a essere archiviato senza porsi troppe domande, ma le vittime non sono persone comuni giacché i loro genitori appartengono all’entourage di Stalin. Indagini accurate si rendono perciò d’obbligo.
Il caso si complica quando, dalle prime testimonianze rese dai compagni di scuola dei due ragazzi, emergono strani racconti a proposito di un Gioco e di un club segreto, quello degli Inguaribili Romantici. A loro dire si tratta di un gruppo culturale ispirato  Puškin.

Ci sentiamo soffocare in un mondo incolto, retto dalla scienza e dall’organizzazione, dominato dalla fredda macchina della storia.

Vogliamo vivere nell’amore e nel romanticismo.

Così recita il manifesto del club. Il rito segreto attraverso cui esprime il suo credo consiste appunto nel Gioco:  periodicamente due membri vengono scelti per rappresentare, in strada, il  duello descritto dal grande poeta nell’Onegin. È proprio quello che stavano facendo Nikolaj e Rosa quando le pistole che avrebbero dovuto sparare a salve hanno sparato sul serio.
A questo punto il caso dovrebbe essere risolto ma gli Organi non sono di questo avviso. Entrati in possesso del quadernetto sui cui venivano annotati i nomi degli affiliati agli Inguaribili Romantici e i principi che ispiravano il movimento, cominciano a nutrire ben altri sospetti.
Che il club non sia innocuo così come i ragazzi vogliono far credere? Che si tratti di una cellula rivoluzionaria intenzionata a organizzare un colpo di stato e assassinare il compagno Stalin?
In fondo l’amore romantico è antibolscevico, credere che l’amore sia al di sopra di tutto è sinonimo di tradimento in un paese che ha posto al vertice il suo leader politico.
Sono illazioni che suonano assurde, grottesche, che strappano un sorriso soprattutto se si pensa che i soggetti incriminati sono solo ragazzini lontani anni luce dall’attivismo politico, eppure quando verranno condotti alla Lubjanka, interrogati e torturati perché confessino ciò che il governo si aspetta, ci sarà ben poco da ridere.
Da paradossale la situazione diverrà agghiacciante quando nella cerchia dei sospetti saranno inclusi addirittura due bambini di nove e sei anni, incarcerati e sottoposti a interrogatorio esattamente come gli altri. Lungi dal risolversi nell’arco di pochi giorni con le dovute scuse e qualche pacca sulla spalla, l’assurdo caso si protrarrà a lungo assumendo  i contorni di un incubo man mano che la speranza di una liberazione per i ragazzi si farà più lontana e il rischio di una condanna a morte paurosamente vicino.
È una storia di fantasia quella orchestrata da Simon Montefiore ma che si ispira a fatti realmente accaduti poggiandosi su basi documentali solide. Un “dettaglio” questo che la rende particolarmente inquietante e che, allo stesso tempo rende ancor più avvincente la lettura. A una trama fitta di mistero, intrighi, passione si unisce infatti il valore aggiunto della ricostruzione dettagliata di un periodo  storico triste quanto ricco di oscuro fascino. Leggere questo romanzo è come compiere un viaggio nella Russia stalinista, come tuffarsi in un quadro che prende vita al punto da farci respirare davvero il clima di terrore che inevitabilmente connota i regimi totalitari. I personaggi scaturiti dall’immaginario dell’autore affiancano quelli reali, quali il capo della polizia segreta Berija, il capo del controspionaggio militare Abakumov, l’investigatore Licachev, solo per citarne alcuni. Tra tutti loro inevitabilmente spicca la figura di  un Josif Stalin ritratto in maniera credibile e approfondita. La personalità del temibile dittatore buca la pagina consentendoci di percepirne appieno l’autorità e la lucida follia che lo caratterizza. Benché lo incontriamo in un periodo della sua carriera che ne comincia a segnarne il declino psico-fisico − Stalin non è più nel pieno della giovinezza, è fiaccato dall’età e dalle preoccupazioni e i primi sintomi dell’arteriosclerosi che lo affliggerà iniziano a  manifestarsi − è sempre in grado di esercitare un fascino ipnotico su chi lo circonda e di tener saldo il pugno d’acciaio con cui sostiene le sue convinzioni. Uomo tutto d’un pezzo colpisce per la severità con cui applica i suoi principi rinunciando a qualsiasi favoritismo o a sconti di pena. Così come quando il figlio Vasilij sbaglia non esita a disonorarlo togliendoli i gradi, non si lascia intenerire dal fatto che i ragazzi accusati di cospirazione siano tutti figli di suoi validi collaboratori, tra cui il suo braccio destro Satinov. Protagonista di fantasia quest’ultimo, ci appare come una persona vera affermandosi come uno dei personaggi più riusciti dell’intero romanzo
Conosciuto da tutti come il commissario di ferro, lo vedremo dilaniato da un profondo conflitto interiore e lo ritroveremo al centro di una struggente storia d’amore.
Man mano che le indagini procedono sotto la supervisione dello stesso Stalin si trasformano in una vera a propria caccia alle streghe che, insieme a false confessioni e terribili macchinazioni politiche, farà emergere segreti di famiglia e relazioni proibite mettendo a repentaglio più di una vita.
“Crediamo in un mondo d’amore”, recitano gli Inguaribili romantici. Giunti alle battute finali, vi garantisco, questa dichiarazione vi suonerà incredibilmente sinistra giacché vi apparirà più chiaro che mai che non può esserci amore senza morte lì dove manca la libertà, non può esserci amore senza morte in un mondo governato dalla fredda macchina della storia… amore è morte ai tempi della neve.   










mercoledì 2 ottobre 2013

Recensione: Il bambino nel paese dei canguri

Titolo: Il bambino nel paese dei canguri
Autore: Gilles Paris
Editore: Piemme
Collana: Narrativa
Pagine: 238
Prezzo: 15,50 euro
 
Descrizione:
Simon ha nove anni e vive con i genitori in un grande appartamento a Parigi. Suo papà fa lo scrittore (in realtà scrive libri
per gli altri), ma si occupa anche di lui e della casa, dato che la mamma è quasi sempre in Australia per lavoro.
Un giorno però il papà viene ricoverato per depressione, e a prendersi cura di Simon è l'eccentrica nonna Lola, nella sua
casa magica, piena dei ricordi di un grande amore, dove tiene sedute spiritiche insieme alle amiche "streghe".
Simon non capisce granché della malattia di suo padre, ma, andando a trovarlo in ospedale, per fortuna fa amicizia con Lily: una bambina dagli occhi viola che sa molte più cose di quante gli adulti siano disposti a spiegargli.
Grazie a lei, Simon riuscirà a trovare le parole per descrivere quello che sta succedendo intorno a lui. Fino a scoprire una verità impensabile.
 
 
Un libro che affronta con toni leggeri il tema drammatico della depressione. Il romanzo nasce dall'esperienza diretta dell'autore, che ha sofferto di questa malattia.
 
 
L'autore: 
 
Gilles Paris. Lavora nel mondo dell'editoria da anni. Il suo precedente romanzo, Autobiografia di una zucchina, ha riscosso grandissimo successo in Francia, dove ha venduto oltre 100.000 copie. L'autore è pubblicato in 7 paesi. 
 
La mia recensione:
 
In un mondo ideale i bambini non dovrebbero confrontarsi con la morte, il dolore, l’abbandono. Li vorremmo spensierati e felici, al riparo dalle brutture del mondo. Nella realtà però le cose non vanno sempre come si vorrebbe, la vita è fatta di luci e ombre e queste ultime non risparmiano i più piccoli. Così può accadere che un bimbo di soli nove anni si ritrovi a interrogarsi sul motivo dell’assenza prolungata della mamma, sul significato del velo che da qualche tempo offusca lo sguardo del papà, sull’origine della strana malattia che lo ha colpito, quella che la nonna chiama un “brutto raffreddore” ma che al posto degli starnuti fa fare cose stranissime come chiudersi in una lavastoviglie.
Depressione, è questo il nome del mostro che incombe sulla quotidianità di Simon, quello che minaccia di portargli via il padre mentre la mamma è già volata da un pezzo nel paese dei canguri, un nome che ignora e che i grandi evitano di pronunciare in sua presenza ma che dovrà imparare  a conoscere suo malgrado.
Non è esattamente un famiglia felice quella toccata in sorte al piccolo protagonista di questo romanzo. I genitori hanno smesso di andare d’accordo da quando i loro obiettivi sono diventati inconciliabili: la mamma ha scelto di essere una donna in carriera, lavora per la Danone, guadagna tanti soldi ed è quasi sempre in viaggio, mentre il papà si accontenta di scrivere libri per gli altri rimanendo confinato tra le mura domestiche. La grande ambizione dell’una è in netto contrasto con la totale mancanza di ambizioni dell’altro al punto che ha eretto tra i due un muro invalicabile.
Simon, come spesso accade in questi casi, si ritrova nel mezzo, vittima inconsapevole degli errori degli adulti. Il suo vero punto di riferimento però è il papà. È lui che lo accudisce, che gli prepara i pasti, che sbriga le faccende domestiche affinché viva in un ambiente pulito e ordinato. La mamma, invece, è una presenza scostante; è quasi sempre via e quando torna a casa, tra un viaggio di lavoro e l’altro, sembra accorgersi a mala pena della sua esistenza. Da quando è andata nel paese dei canguri non l’ha più sentita neanche per telefono perché chiama sempre mentre dorme.
Così quando una mattina, al suo risveglio, Simon trova il padre rannicchiato nella lavastoviglie e poi apprende che dovrà andare a stare in una clinica per un po’ perché si è ammalato, si ritrova completamente smarrito in una realtà che non ha più nulla di rassicurante.
Certo, non è del tutto solo. C’è la nonna Lola che gli vuole bene e che è pronta a prendersi cura di lui fino a che il papà non torna ma non sembra ben disposta a fornirgli le risposte di cui ha bisogno.
Sarà Lily, una bambina incontrata nella stessa clinica in cui è ricoverato suo padre, che lo aiuterà a comprendere. A differenza dei grandi, lei non avrà timore di chiamare le cose con il loro nome e di spiegargli alcune tristi verità.

«Il tuo papà ha una malattia che è difficile da capire per i grandi.»
«Perché, Lily?»
«Perché è una specie di specchio in cui nessuno vuole guardare. Tutti hanno le loro debolezze, i loro momenti di stanchezza, di stress, quindi a chiunque può capitare di passare davanti a quello specchio […]Nessuno ha voglia di sentir parlare di questa malattia , che può andare a bussare alla porta di chiunque in qualsiasi momento […]»

Attraverso un dialogo sospeso tra l’onirico e il surreale, Simon riuscirà finalmente a capire quello che sta accadendo; si confronterà con il male oscuro che ha colpito il papà e, gradualmente, giungerà anche alla scoperta di un terribile segreto che riguarda sua madre.
Con grandissima delicatezza l’autore affronta in queste pagine due temi scottanti: la depressione e la morte e lo fa adottando il punto di vista di un bambino. La storia che ci consegna diviene dunque il limpido affresco di un dramma visto con gli occhi dell’infanzia. Simon si racconta in prima persona; filtrando il tutto attraverso il linguaggio semplice e diretto tipico della sua età, ci consente di compenetrare il suo stato d’animo, le sue ansie, le sue angosce. A volte prevale l’ingenuità che normalmente ci  si aspetta da un bambino di nove anni e che non manca di strappare un sorriso; altre emerge una maturità precoce derivata dall’esperienza e a quel punto il sorriso cede il posto a un nodo che stringe lo stomaco.
La trama, fortemente ancorata alla realtà, si sviluppa in una bolla in odore di realismo magico. Pur non perdendo mai il contatto con la concretezza Gilles Paris non rinuncia a quel pizzico di magia che comunque connota la fanciullezza. Il suo racconto schietto e privo di artifici si tinge così di sfumature che finiscono per rendere il romanzo unico nel suo genere. La nonna Lola, che pur rifugge il confronto diretto, è una donna molto stravagante; organizza sedute spiritiche insieme alle sua amiche streghe, vive in una casa in cui si respira un’atmosfera surreale e frequenta un uomo che lavora al lunapark. A suo modo è una versione moderna e più realistica della fiabesca fata madrina e, inconsapevolmente, getta un ponte tra il nipote e l’entità che saprà guidarlo verso la comprensione e l’accettazione della verità.
Bambina in carne e ossa, fantasma, angelo, amica immaginaria… è impossibile stabilire cosa o chi sia Lily in realtà. Forse è niente di tutto ciò o tutto questo insieme, di certo è una guida capace di dare un senso all’incomprensibile, di rendere più tollerabile il buio e mostrare uno spiraglio da cui possa tornare a filtrare la luce.
A dispetto della drammaticità dei temi trattati, Il bambino nel paese dei canguri, trasmette infatti un forte messaggio di speranza. Un libro toccante e, in un certo senso rigenerante, parla di perdite e di dolore ma, alla fine, lascia i riflettori puntati sulla possibilità della rinascita.