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lunedì 24 novembre 2014

Anteprima: I passanti di Laurent Mauvignier

In occasione della giornata contro la violenza sulle donne, Del Vecchio Editore ci propone...

Titolo: I passanti
Autore: Laurent Mauvignier 
Editore: Del Vecchio
Collana: Formelunghe
Pagine: 192
Prezzo: 14 euro

UNO SGUARDO INEDITO E LUCIDO SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE, DALLA PENNA DI UNO DEI MIGLIORI AUTORI FRANCESI DEL MOMENTO

Descrizione:
Come nei primi due romanzi di Laurent Mauvignier, Lontano da loro e La camera bianca, anche ne I passanti, i monologhi in prima persona ruotano intorno a un evento drammatico e doloroso: lo stupro subito da Claire, che però non viene mai nominato. Mauvignier preferisce definirlo per confine, tramite la descrizione di due vite di solitudine e sofferenza narrate a voci alterne: da una parte la vicina di casa e amica di Claire e dall’altra l’uomo che ha violentato Claire una sera di ritorno dalla piscina. Entrambi costruiscono la propria immagine a partire dall’evento drammatico dello stupro. Mauvignier utilizza da maestro il cesello del linguaggio per intagliare due figure, il colpevole e l’amica della vittima, contrassegnate da un infinito senso di inadeguatezza, soffocate dalla solitudine e dalla mancanza di senso, che nella distanza dal mondo si fanno sempre più vicine.

L'autore:
Laurent Mauvignier è uno degli scrittori francesi più apprezzati dal pubblico e dalla critica. Ha all’attivo sei romanzi, tra i quali Apprendre à finir (Editions de Minuit, 2000, Prix Wepler e Prix Livre Inter nel 2001), e Dans la foule (Editions de Minuit, 2006, Prix Fnac). Di Mauvignier sono usciti in Italia: La camera bianca, Zandonai 2008, Lontano da loro, Zandonai 2009, Degli uomini, Feltrinelli 2010, Storia di un oblio, Feltrinelli 2012

Hanno scritto:

"I protagonisti di questo spiazzante romanzo sono accomunati da un senso di manchevolezza, passanti di un'esistenza che non si ferma, perché correre è l'unica cosa che resta da fare quando si sta per cadere”.
Il Venerdì si Repubblica

"In anni di retorica mediatica, pare che solo la letteratura riesca a sfuggire alla banalità del linguaggio che usa parole orribili come "femminicidio".
Mario Fortunato, L’Espresso

“Mauvignier utilizza il metodo della distanza perché più lancinante risulti infine l'effetto, laddove tuttavia il rischio di un eccesso di sentimentalismo
è sempre a un passo, pronto a colpire.”
Enzo Di Mauro, Il Fatto quotidiano

"Mauvignier, ricorrendo al monologo interiore, modula la propria voce sulla base di una sequela di ipotetiche cui affida, con la complicità del lettore,
il disvelamento di differenti possibilità del reale".
Stefano Gallerani, Il Manifesto

“Ma come trovare le parole per esprimere il dolore puro, la sofferenza muta,
brutale, senza riscatto? Invece di inseguire quello che il linguaggio non può dire, Mauvignier sceglie una strada obliqua, immagina la forma di un avvicinamento indiretto.”
L’Indice






giovedì 20 novembre 2014

Anteprima: Arcano 21 di Luca Ragagnin

In libreria dal 21 novembre 2014

Titolo: Arcano 21
Autore: Luca Ragagnin
Editore: Del Vecchio
Collana: Formelunghe
Pagine: 400
Prezzo: 16,50

LE PERIPEZIE DI UNO STUDENTE UNIVERSITARIO DI FINE ANNI OTTANTA, UN PO’ INDOLENTE E SOLITARIO, MA CON UNA PASSIONE TRAVOLGENTE: LA LETTURA.

UNA DISCESA NEGLI INFERI NEL MICRO MONDO DEL MERCATO LIBRARIO POPOLATO DA PERSONAGGI GROTTESCHI ED ESILARANTI, IN CUI SI ALTERNANO SITUAZIONI RACCAPRICCIANTI E SURREALI
NARRATE CON SCRITTURA IRONICA E MATURA

Descrizione:
Arcano 21 è la cronaca a posteriori di un “viaggio” nel meraviglioso mondo delle librerie viste dal di dentro. Un libraio di lungo corso narra la sua discesa negli inferi del micromondo del mercato librario con tutta la teoria di personaggi grotteschi ed esilaranti, situazioni raccapriccianti e surreali, visioni del mondo e identità di varia natura. Davanti agli occhi sfilano la libreria “alternativa” e culturale, poi quella della cooperativa universitaria, e poi, perché no, la bancarella cittadina, la libreria “di servizio” per gli studenti, e anche la libreria di catena.
E nella testa del narratore tutti i personaggi più amati della letteratura mondiale, da Don Chisciotte a Siddharta a Don Ciccio Ingravallo, che si incontrano e dialogano l’un con l’altro restituendo di volta in volta un punto di vista decisamente peculiare sugli eventi narrati. Immagini mentali ma forse no, i personaggi si fanno a tratti più reali del reale: il loro intervento scompone il susseguirsi lineare degli eventi, e insieme contribuisce a legare gli avvenimenti e le conseguenze su un piano meno concreto, dove regnano l’ironia e la satira. E poi, d’improvviso, ecco che il lettore viene guidato da un terzo filo, che percorre e tocca ogni pagina: per tutto il romanzo, seguiamo le vicende di un glicine, che nasce e sboccia, e il cui destino è legato saldamente a quello del protagonista. Rapito dagli eventi, il lettore, cullato e scosso dalle vicende, ride di gusto alla rappresentazione delle conventicole dell’editoria e dell’accademia, che sono specchio di tutto un sistema, e poi si commuove per la direzione del mondo. E soprattutto si entusiasma per il potere eversivo dell’immaginazione che tiene insieme tutto l’universo.

L'autore:
 
Luca Ragagnin è un virtuoso della parola. Nato a Torino nel 1965 incomincia a scrivere racconti e poesie nei primi anni ’80, poi si dedica alla scrittura teatrale, e dal 1994 collabora come paroliere con diversi musicisti tra i quali i Subsonica. Nel 1995 vince il Premio Montale per la poesia con una silloge inedita L’angelo impara a cadere pubblicata l’anno successivo dall’editore Scheiwiller. Collabora con quotidiani e riviste di vario genere.
Nel 2007, insieme a Enrico Remmert, adatta per il teatro il libro Elogio della sbronza consapevole. Nel 2009, sempre con Enrico Remmert, scrive 2984, testo teatrale ispirato a 1984 di George Orwell. Nel 2012 scrive per Lella Costa Elsa Shocking, monologo basato sull’autobiografia di Elsa Schiaparelli Shocking Life e nel 2014 scrive per Angela Baraldi lo spettacolo The Wedding Singers. Le sue poesie sono tradotte in diversi Paesi europei.


Hanno scritto:

«Luca Ragagnin, scrittore fou, un irregolare assoluto e autentico, un talento ammirevole.» 
La Stampa –Tuttolibri
«Niente di più difficile, per uno scrittore abituato al profondo, che mettersi a pattinare su un lago coperto solo da unsottile strato di ghiaccio. Eppure Ragagnin ci riesce.» L’Indice
«Pittore di parole, scultore di corpi, [...] Ragagnin racconta un’epoca e, in controluce, fosca e crassa, anche la nostra.» Liberal






mercoledì 5 marzo 2014

Anteprime Del Vecchio Editore: In libreria dal 19 marzo 2014

In libreria dal 19 marzo 2014

Titolo: Verità imperfette
Autori: AA.VV
Editore: Del Vecchio
Collana: Formelunghe
Pagine: 240
Prezzo: 14,80

«Adesso che ci penso, non s’è trattato di sinfonia classica, dove tutto è previsto minuziosamente dallo spartito, ma di pura, vera jam–session, perché ogni autore, contemporaneamente agli altri, è stato libero di dare il meglio di sé nella consapevolezza
che, rispettando le poche regole comuni, nessuno avrebbe stonato e l’insieme sarebbe
stato magnifico.» Luigi De Pascalis

Descrizione:
 
Roma, 27 aprile 2012. Maria Letizia Pomarici, 25 anni, commessa in un negozio di calzature, rientra a casa verso le 21.00. Il corpo scheletrico e nudo di Chiara Maffei, ragazza introversa e problematica con cui divide il piccolo appartamento al piano terra di via Merulana, è accucciato in terra, impiccato al termosifone del bagno: posizione strana, ma non nuova per un suicidio. Il magistrato inquirente, la dottoressa Antonia Monanni, è una donna sui quarant’anni, dalla vita solitaria e complicata. Ha sofferto in gioventù degli stessi disturbi di Chiara Maffei e decide di indagare coinvolgendo il maresciallo Corsetti, sua vecchia conoscenza, nella speranza che non risolva il caso. Dieci voci e dieci personaggi conducono il lettore a diverse possibili verità sul caso Pomarici, svelando di volta in volta un retroscena, un punto di vista, uno sviluppo.
Ogni voce riceve il suo timbro da uno scrittore diverso in un romanzo corale che regge la tensione della narrazione senza alcuna sbavatura fino allo scioglimento finale.

Titolo: Gli innocenti
Autore: Burhan Sönmez
Editore: Del Vecchio
Collana: Formelunghe
Pagine: 216
Prezzo: 14,00

AMORE E FIABA, ESILIO, COSTRIZIONE E SOFFERENZA,  IN UN UNICO COINVOLGENTE ROMANZO DI STORIE INFINITE, TRA LE PIANURE DI HAYMANA, TEHERAN E CAMBRIDGE.

Descrizione: 
 
È Brani Tawo a raccontarci in prima persona la sua storia; nato nella pianura di Haymana, vive nella Cambridge degli anni Settanta e lavora come interprete in un ospedale. Immigrato in Inghilterra, soffre di insonnia e inquietudine. Cercando di rintracciare il modello di una macchina fotografica immortalata in una pellicola, che è uno dei pochi collegamenti che gli restano con le sue origini, entra nel negozio di antichità The Western Front. Lì conosce Stella, la proprietaria, e Feruzeh, una giovane collaboratrice di origine iraniana. Brani e Feruzeh sembrano innamorarsi a prima vista, incuriositi anche dalla comune esperienza di lontananza dalla terra natia, lei apparentemente per scelta, Brani per necessità di sopravvivenza. Da quel momento, la vita del giovane si popola di nuove realtà, e nell’avvicinarsi a Feruzeh e alla sua famiglia, conosce e riconosce rivoluzionari, profughi, intellettuali, e una società di cui non si è mai sentito in diritto di far parte. Nel raccontarsi alle sue nuove conoscenze, e soprattutto a Feruzeh, racconta – e riscrive – la biografia di un luogo, di un popolo e di un Paese attraverso la storia della sua famiglia. Tradizioni, miti, amori, guerre, fughe e tragedie si affastellano vorticose, fin quando i due mondi, la lontana patria di Brani e l’Inghilterra, non si riuniscono in un’unica sensazione a contrastare il dolore dello smarrimento. Quando Feruzeh è costretta a tornare in Iran per un breve periodo, e Brani perde i contatti con lei, si chiede se non sia il caso di rischiare nuovamente la propria vita per andare a cercarla… un romanzo romantico e filosofico al tempo stesso, e racconta l’esperienza dell’esilio sia come allontanamento forzato dalla propria terra per motivi politici, sia come esilio dalla propria identità di bambino, autentica perché incontaminata.

L'autore:

Burhan Sönmez è nato nelle pianure di Haymana, nella Turchia Centrale, regione dalla storia antica e segnata da profonde ferite, e ha trascorso l’infanzia in un paesino senza elettricità né acqua corrente, accompagnato dalle storie raccontate dalla madre, eccelsa affabulatrice. Dopo gli studi in giurisprudenza all’università di Istanbul, ha lavorato come avvocato ed editore e non ha mai risparmiato di esprimere le sue opinioni su temi importanti e scottanti: gestione e diffusione della cultura, politica, religione. Arrestato più di una volta per il suo impegno politico, e dopo aver subito gravi lesioni, per lungo tempo è rimasto in Gran Bretagna, dove ha insegnato a Cambridge. Ancora oggi vive tra Istanbul e Cambridge. Ha preso parte attivamente alla ribellione di Taksim e pubblicato The Aesthetic of Resistance, un breve pamphlet di impegno politico: «Le stelle risplendono di più nell’oscurità più completa. Le stelle stanno splendendo ovunque a contrastare l’oscurità di questo Paese». È stato uno dei fondatori del TAKSAV (Fondazione per la Ricerca Sociale, Cultura e Arte), e anche membro fondatore di ODP (Libertà e Solidarietà partito), di cui è stato vice presidente durante il primo mandato. Gli Innocenti ha ricevuto il Sedat Simavi letteratura Award che è il premio letterario più prestigioso in Turchia.

sabato 22 febbraio 2014

Recensione: Concerto per mio padre

Titolo: Concerto per mio padre
Autrice: Jasmine Ghata
Traduzione di Angelo Molica Franco
Editore: Del Vecchio
Collana: formelunghe
Pagine: 128
Prezzo: 13 euro

Descrizione:
“Alla morte di Barbe Blanche, mio padre, ricevetti in eredità il târ che si tra- smette nella mia famiglia di generazione in generazione. Ma immediatamente lo strumento mi si ribellò contro, rifiutandosi di librare quegli accordi incantevoli e mistici che hanno fatto la gloria dei musicisti dell’Iran. Sotto le mie dita, e al mio carezzare le corde, sembrava solo un pezzo di legno senza vita, senza vigore. Ero forse maledetto? Che crimine dovevo espiare? O forse il târ custodiva dentro quei sinuosi fianchi di legno un segreto troppo pesante per poter vibrare come un tempo, leggero e suadente? Così ho strappato le corde, le ho bruciate e seppellite dietro casa. E sono partito alla volta di Arda- bil, in cerca del più famoso liutaio della regione. Ma cambiare le corde di un târ equivale a cambiare la sua stessa anima e quella del musicista che lo possiede. E adesso che sono qui, rinchiuso con mio fratello Nur in questa cella di polvere e silenzio a scontare una condanna inclemente e sconosciuta, adesso che la vista mi sta abbandonando e che non riesco più a distinguere il giorno dalla notte, adesso che questo buio diventa sempre più mio senza voce e senza sguardi, ho paura. Ho paura di non tornare mai più.” Lentamente, con delicatezza e con la sapienza di un cesellatore esperto, Yasmine Ghata ci racconta una storia lontana, incorniciando ogni figura di arabeschi che si intrecciano alle note di un târ. Pian piano, si forma davanti ai nostri occhi la nitida immagine di un tempo indefinito, eterno perché universale. 

L'autrice:
Yasmine Ghata, figlia della poetessa di origine libanese Vénus Khoury Ghata, è nata in Francia nel 1975. Ha studiato alla Sorbona e all’École du Louvre, specializzandosi in arte islamica. Nel 2005 ha pubblicato in Italia per Feltrinelli il suo primo romanzo, La notte dei calligrafi, vincitore nel 2007 del Premio Autore Esordiente alla XXVI edizione del PREMIO GRINZANE-CAVOUR. Sempre con Del Vecchio editore è uscito in Italia La bambina che imparò a non parlare. Se qualcuno avesse detto alla piccola Yasmine che sarebbe diventata una grande scrittrice, pluripremiata e tradotta in tutto il mondo, lei di sicuro non ci avrebbe creduto. Nell’intenso La bambina che imparò a non parlare ha spiegato ai suoi lettori come per anni abbia odiato la scrittura pro- prio perché figlia di una grande poetessa: Vénus Khoury–Ghata. E di come a sei anni, in virtù di questa idiosincrasia, abbia distrutto la macchina da scrivere della madre, dopo averla spiata pomeriggi interi dietro libri aperti che faceva finta di leggere. Sarà l’incontro fortuito a venticinque anni, nell’ala Richelieu del Louvre, con un’iscrizione realizzata dalla nonna – la celebre miniaturista Rikkat Kunt – a farle comprendere che per conoscere la sua storia doveva scriverla. Yasmine Ghata inizierà e continuerà a scrivere per ascoltare da vicino la voce del mondo che le sfugge.

La mia recensione:

Solo il figlio maggiore di un suonatore di târ può strappare lo strumento al lutto. È una regola immutabile da generazioni in Iran, una legge non scritta che i due figli di Barbe Blanche conoscono bene. Così quando l’anziano suonatore muore, lasciando che il tremito delle corde catturi gli ultimi palpiti del suo cuore, Hossein non ha dubbi: toccherà a lui l’eredità del padre in quanto primogenito. Nur non ha nulla da obiettare, conosce la tradizione e sin da piccolo ha vissuto all’ombra del fratello più grande, è indiscutibile che il prezioso lascito sia per lui.
Il târ, invece, sembra non essere d’accordo. Come fosse dotato di vita e volontà proprie, nel momento in cui Hossein lo impugna, si ribella. Nonostante il ragazzo abbia studiato musica potendo contare su un ottimo maestro, le corde non rispondono al suo tocco nella maniera sperata. Emettono rumori sgraziati, quasi che soffrissero al contatto con le sue mani, tanto che il giovane, sentendosi oltraggiato, le recide in un impeto d’ira.
A quel punto il mistero si infittisce perché lo strumento, lungi dal tacere, comincia a suonare da solo mentre la casa in cui Barbe Blanche ha vissuto seguita a manifestare segni  della sua presenza. È come se lo spirito dell’uomo fosse inquieto e non riuscisse a trovare pace nel sonno eterno, quasi che avesse un conto in sospeso da chiudere al fine di poter passare oltre.
Hossein e Nur decideranno allora di partire per sottoporre il târ all’esame di un esperto liutaio. Forse farlo riparare sarà il primo passo per ristabilire l’equilibrio.
Parallelamente si snoderà anche la storia di Parvis, a sua volta figlio di un suonatore di târ: il cieco Mohsen, morto assassinato. Anch’egli è impegnato nella ricerca di una verità poiché è determinato a scoprire e punire chi ha ucciso suo padre.
I sentieri su cui si muovono i tre ragazzi, finiranno per intrecciarsi confluendo in unico viaggio.
La storia che ne scaturisce danza in bilico tra la favola e il giallo tenendoci stretti nella sua rete fitta di enigmi e magia.
È musica che si trasforma in prosa l’originalissimo romanzo di Jasmine Ghata. A caratterizzare la sua scrittura è uno stile elegante, armonico che risuona nella mente e regala forti suggestioni. Atmosfere surreali, avventurose, a tratti intimiste si alternano e si fondono generando una sorta di incantesimo che avvince dalla prima all’ultima pagina.
Particolarmente suggestivo è il significato di cui si carica il târ, la sua valenza simbolica e la vitalità che lo caratterizza. Esso non è un semplice strumento nelle mani dell’uomo, ma un veicolo in grado di custodire l’anima di chi lo possiede, o lo ha posseduto. Non è solo la sua fattura e nemmeno l’abilità tecnica di chi lo maneggia a determinare la qualità del suo suono, ma anche e soprattutto l’interiorità di chi sollecita le sue corde, quasi che a sprigionarsi da esse fosse una sorta di musica interiore, in grado di rivelare ciò che si annida nel profondo del cuore.
Il racconto è corale e ci fornisce diversi punti di vista. Capitolo dopo capitolo si alternano le voci di Hossein, Nur, Parvis e di Forough, sposa di Barbe Blanche. Ciascuno racconta la sua parte della storia in prima persona contribuendo, non solo a svelare il mistero, ma a tratteggiare il ritratto complesso di due uomini vissuti in simbiosi con il loro strumento musicale.
L’immagine di Barbe Blanche, uomo  accecato dall’ambizione e dal suo legame morboso con il târ, si contrappone a quella di Mohsen, il rivale di una vita osannato dal popolo perché ritenuto capace di dialogare direttamente con dio attraverso la sua musica.
Contemporaneamente si delineano i ritratti dei figli e della moglie di Barbe Blache ed emerge la griglia dei rapporti familiari. Per loro bocca, l’autrice ci racconta dunque anche la complessità e la conflittualità dei sentimenti, ci parla di amore e di solitudine, di ambizione e tradimento; lo fa lasciando correre la penna su ali leggere, colorate di fiaba e spiegate  in un tempo indefinito, consegnandoci così un’opera senza età, che si legge in un batter di ciglia ma capace di riecheggiare a lungo nella mente al pari di una bellissima melodia. 














sabato 18 gennaio 2014

Recensione: Cosa vuoi fare da grande

Titolo: Cosa vuoi fare da grande
Autori: Angelo O. Meloni,  Ivan Baio
Traduzione di Angelo Molica Franco
 Editore: Del Vecchio
Pagine: 184
Prezzo: 12,00 euro
Descrizione:
Guido Pennisi e Gianni Serra sono due bambini strani; nessuno sembra accorgersi di loro nella Scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Figuriamoci il giorno più atteso dell’anno, il giorno in cui l’anonimo istituto si prepara ad accogliere il più famoso e ricco inventore di sempre, colui che ha dato alla luce il “futurometro”, una macchina destinata a cambiare il futuro dei ragazzi e il sistema dell’istruzione italiana. È tutto pronto nella palestra: festoni appesi, mamme in ghingheri, autorità tirate a lucido. Un’Italia da sempre provinciale è accalcata in quello stanzone, un Paese di adulti mancati pronti a lavarsi le mani del futuro dei loro pargoli con la benedizione della tecnica. La sfida finale alle fantasie infantili è cominciata, ma, forse, gli adulti non hanno fatto i conti con i terribili gemelli Smargotti della III F. Cosa vuoi fare da grande è un romanzo divertente e avventuroso in cui i sentimenti umani sono trattati con delicatezza e verità. Una storia che semina ironia e malinconia e spalanca il cuore degli uomini, lasciandoci alla fine di fronte alla domanda che non dobbiamo smettere di porci: “Cosa vuoi fare da grande?”.

Gli autori:
Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa. Ha scritto la raccolta di racconti Ciao campione e il romanzo Io non ci volevo venire qui (Del Vecchio Editore, 2010). Aggiorna saltuariamente un blog di colore verde come la speranza, la benzina e l’ecologia.

Ivan Baio vive a Berlino. Una volta ha scritto un saggio di araldica e simbologia dell’eroe intitolato Supereroi™ . Attualmente è impegnato nella stesura contemporanea di quattro nuovi romanzi, di un saggio su comunicazione e nuovi media, nella creazione del social network definitivo e nell’educazione alimentare di un gatto rosso di nome Ettore. Collabora con doppiozero.com

La mia recensione:


L’incertezza del domani è qualcosa che spaventa soprattutto quando si vive in un presente come il nostro  caratterizzato da disoccupazione, precariato, crisi economica. Se già noi arranchiamo per tenerci a galla, cosa ne sarà dei nostri figli?
Quale il futuro che li attende? È un interrogativo che sicuramente ci poniamo in molti. E a chi non piacerebbe avere qualche risposta?
Immaginate di poter disporre di una palla di vetro e di potervi leggere dentro quel che sarà. È un’ipotesi allettante, non vi pare?
Nella scuola elementare Attilio Regolo non ci sono sfere magiche ma questo sogno sta per trasformarsi in realtà. Un rinomato inventore turco ha infatti progettato il futurometro, ovvero un congegno elettronico in grado di predire con esattezza cosa accadrà a qualsiasi soggetto sottoposto al suo esame. Il Ministro dell’Istruzione italiana esulta alla notizia e, comprese le potenzialità dell’invenzione,  si affretta a dare il via a una sperimentazione nella scuola primaria. Conoscere in anticipo il futuro degli alunni significa poter pianificare senza errori la loro formazione, evitare sprechi di risorse e di energie andando dritti al punto; significa evitare, per esempio, di mandare all’università un soggetto destinato a svolgere un lavoro di manovalanza o di costringere a studiare lettere un alunno destinato a diventare un ottimo fisico elettronico.
È così che tutto il personale della scuola, i bambini e i genitori si apprestano ad accogliere l’ormai famosissimo Volkan Bayaraktar con il suo futurometro per poterlo testare. E se le cavie designate sono gli studenti della terza classe, gli adulti nondimeno fremono per poter essere esaminati a loro volta, giacché i dubbi, le paure, le speranze legate al domani non svaniscono con l’età.
Nella palestra addobbata a festa tutti sono in fibrillazione il giorno del grande evento ma… le cose non andranno proprio così come era stato previsto…
Con uno stile dissacrante, un’ironia sferzante e una verve comica che ricorda quella del grande Stefano Benni, gli autori di questo divertentissimo romanzo ci introducono in una situazione ai limiti dell’assurdo eppure incredibilmente plausibile. Gag esilaranti, gaffe e imprevisti si rincorrono tra le pagine innescando una girandola di puro spasso ma capace, tra le risa, di tratteggiare un affresco realistico della nostra società attuale, cogliendo con particolare abilità i tratti distintivi dello specifico momento storico che stiamo vivendo.
I personaggi, presentati  in veste quasi caricaturale, sono dei “tipi” in cui è facile riconoscere vizi e virtù, velleità e tic della classe politica, del corpo docente o della famiglia italiana. Corruzione, intrallazzi, lassismo, spirito di competizione e aspirazioni frustrate sono protagonisti tra i protagonisti di questa storia.
Si prova un senso di familiarità al cospetto dell’algida direttrice Gemma Tuttacani − giunta ai vertici dell’istituto per aver concesso i suoi favori sessuali al politico d turno −, o di fronte alla maestra Anna Maria Amelia Rosa Tizzone − abilissima nel seminare paura e infondere tristezza negli studenti. E che dire dello stagista Onofrio Ora, laureatosi a pieni voti e finito a occuparsi della manutenzione di un vecchio computer in una stanza polverosa del ministero, rigorosamente senza retribuzione e a tempo determinato? Lo stesso inventore, acclamato in tutto il globo, non manca di suscitare un triste senso di déjà vu quando indugia sul suo passato offrendoci la storia di un genio incompreso sbeffeggiato dal suo professore che lo reputava un incapace.
I bambini poi, nel bene e nel male, sono il ritratto della nuova generazione. Alcuni bulli, altri bersagli dei più forti, vivaci, scanzonati ma anche svogliati. Discoli come Guido e Gianni, al punto che su loro cadrà l’accusa per gli incidenti occorsi durante la visita di Bayaraktar all’Attilio Regolo eppure più simili a vittime di un sistema fallato che a veri colpevoli, perché se la scarsa voglia di studiare è di certo un difetto, è pur vero che un sistema formativo obsoleto e teso a mortificare creatività e inclinazioni naturali piuttosto che a incoraggiarle, non può considerarsi meno difettoso. Se è vero che sin da piccoli è bene abituarsi al sacrificio e all’idea di sgobbare per garantirsi un futuro sereno, è pur vero che la generazione degli adulti oggi sta lasciando in eredità ai suoi figli un bagaglio di cui non si può andare fieri. Ecco dunque che, avviandosi verso un finale dolceamaro, il libro stesso si trasforma in una sorta di futurometro che, riflettendo senza filtri il presente ci suggerisce, se non una formula magica atta a risolvere dubbi e problemi, almeno una direzione da intraprendere per tener viva la speranza di un domani migliore.















lunedì 2 dicembre 2013

Anteprime Del Vecchio Editore: in libreria dall'11 dicembre 2013

In libreria dall'11 dicembre 2013

Titolo: Il silenzio
Autore: Max Frisch 
Traduzione: Paola Del Zoppo 
Introduzione: Peter Von Matt 
Editore: Del Vecchio
Collana: formelunghe 
Pagine: 120 
Prezzo: 13,00 euro

Descrizione:
Balz Leuthold non ha mai voluto essere una persona ordinaria. Poco prima del suo trentesimo compleanno, però, si rende conto di non potersi neanche considerare davvero una persona straordinaria. Nella vita, fino a ora, non ha compiuto azioni degne di particolare nota, nessuna invenzione, nessuna creazione artistica o letteraria che lo elevino a persona speciale. Allora ha preso una decisione: scalerà quella montagna che da giovane guardava ergersi sulle sue passeggiate, che faceva ombra ai discorsi con suo fratello “adulto”. Compirà un atto eroico, e con questa azione “virile” darà un senso compiuto alla sua esistenza. È deciso: azione o morte. Ma giunto in montagna alla locanda dove sostava anche in gioventù, incontra una giovane straniera, che lo guarda e lo vede come nessuno fino ad allora lo ha mai guardato e visto. Chi è lei, da che vita proviene? Perché sembra non aver paura di nulla? E dall’incontro tra i due scaturiscono gli interrogativi, e la narrazione si sviluppa e trascina via il lettore proprio come un torrente montano scorre rumoreggiando tra i crepacci, e il vortice di pensieri e accadimenti lascia senza fiato, travolge come il senso di assoluto degli ambienti montani, dove il sorgere del giorno e il calare della notte sono eventi che penetrano le fibre dell’individuo tanto quanto fame, sonno e sete. E la domanda echeggia: cosa fa di una vita una vita veramente compiuta? Ha a che fare, questo, con la felicità? 

L'autore:

MAX FRISCH È NATO A ZURIGO NEL 1911, ED È STATO uno dei più noti e importanti scrittori del secondo Novecento, entrato a far parte anche del canone scolastico in particolare per i grandi romanzi, Homo Faber, Il mio nome sia Gantenbein e Stiller. Ma forse ancora più interessanti dei romanzi sono le narrazioni brevi e soprattutto il suo teatro (Andorra, La muraglia cinese, Don Giovanni o l’amore per la geometria), e gli sceneggiati radiofonici, di grande profondità e incisività. Architetto, soldato, giornalista e grande viaggiatore, Frisch fu da giovane un esperto scalatore, e la montagna rimase tra le sue passioni come luogo reale e simbolico, insieme alla letteratura, la psicologia e la geometria. La sua vita fu ricchissima di cambiamenti di ritmo e scenario, amicizie stimolanti (tra cui quelle con Brecht, Dürrenmatt e Ingeborg Bachmann), eventi imponderabili e riconoscimenti. Sempre apparentemente in fuga, adorava i rifugi, tra cui il più amato, dalla fine degli anni Sessanta, fu una vecchia stalla a Berzona da lui riadattata a residenza. Frisch ottenne tutti i più importanti riconoscimenti di ambito germanofono ma ricevette importanti riconoscimenti anche in altre nazioni: nel 1965 gli venne conferito il Jerusalem Prize for the Freedom of the Individual in Society, nel 1975 il Premio Internazionale per la Pace degli editori tedeschi e nel 1986 il Neustadt International Prize for Literature, prestigioso premio letterario statunitense. Ha ricevuto inoltre diversi dottorati onorari: Philipps-Universität di Marburg (1962), Bard College, USA (1980), City University of New York (1982) e dalla Technische Universität di Berlino (1987).


Hanno detto di questo libro:
“L’affascinante preludio all’opera di tutta la vita”

Stefan Lüddemann - Neue Osnabrücker Zeitung



“In questo romanzo i lettori e le lettrici conosceranno gli uomini, il loro disprezzo e amore per la donna, il loro vitalismo e il pathos autocommiserativo […] Max Frisch non dipinge solo lo sviluppo di un eroe, ma si sviluppa lui stesso, e noi con lui,

le fantasie maschili dell’età moderna. Ottimo che quest’opera

sia di nuovo acquistabile settant’anni dopo l’uscita.”

Christine Richard - Basler Zeitung


Si può finalmente di nuovo avere tra le mani il primo racconto di Max Frisch. E’ un’operazione che non può essere lodata abbastanza, perché questo racconto apre lo sguardo sulle opere successive di Frisch, uno sguardo che già si definisce nella grandiosa maestria che in seguito dovrà solo dispiegarsi. Un consiglio: da leggere assolutamente!

Petra Breunig - Fränkischer Tag


‹‹E’ un peccato che questo libro solenne e insolito ci sia stato negato sin ora. ››  Publishers Weekly

‹‹Il silenzio non è soltanto un documento storico-letterario

ma un romanzo intenso e potente.›› Rene Bürcher Beitung




Titolo: Quasi mai
Autore: Danile Sada
 Traduzione: Carlo Alberto Montalto
Editore: Del Vecchio
Collana: formelunghe
Pagine: 448
Prezzo: 15,00 euro


Premio Herralde de Novela 2008

Premio Nacional de Ciencias y Artes 2011


UN RACCONTO ALLA RABELAIS SULLA LUSSURIA E IL DESIDERIO

Descrizione:
La Seconda Guerra Mondiale è appena finita e Demetrio Sordo, un giovane agronomo di inconsistenti ambizioni è preso da una novità: il sesso a pagamento nei bordelli. Proprio in uno di questi, sviluppa una passione per Mireya: è lei l’unica prostituta che desidera, e per averla ogni giorno pagherà una tariffa extra e sarà costretto a chiedere un aumento di stipendio. In breve la sua vita si esaurisce nella relazione fisica con lei. Ma quando la madre lo costringe ad accompagnarla a un matrimonio di famiglia, Demetrio conosce il suo “vero” amore: Renata dagli occhi verdi. Un amore che nasce in un giro di valzer e cresce tra le righe di lunghe e caste lettere che i due si scambiano, per un periodo che sembra lunghissimo. Le volute barocche del linguaggio di Sada modellano le descrizioni puramente carnali dell’essere amato, accentuando l’ironia della narrazione. La commedia di maniera e corteggiamento si spinge verso la farsa: Mireya mente a Demetrio sostenendo di essere incinta, lui la abbandona su un treno; Renata, guidata dalla madre, non gli si concede per tenerlo legato a sé. Ma perché le due donne desiderano Demetrio? È poco simpatico, non particolarmente intelligente, continuamente in bilico sulle proprie voluttà, e mentendo salta da una decisione sbagliata a un’altra. Forse la risposta è sullo sfondo, nel Messico in piena industrializzazione: Quasi mai ci regala uno straordinario spaccato della vita messicana degli anni Quaranta, con le sue ipocrisie di matrice cattolica e l’impostazione provinciale della quotidianità, in cui la forma è più importante della sostanza. Demetrio è l’eroe epico di questo mondo, che si muove costantemente perplesso ed esitante, magnificamente patetico e pateticamente protagonista. 
La storia che Sada ci racconta, al di là delle peripezie, avventure e aneddoti, è un esempio di linguaggio prodigioso. Infatti, senza pause o frammenti superflui, la prosa di Sada conduce felicemente dall'inizio alla fine, questo grande romanzo, esuberante nei toni, insieme drammatici e comici. È tale il potere che Sada affida alle parole che in questo caso sono le parole che generano il racconto e non il contrario.


L'autore:
Daniel Sada (1953–2011) è stato professore all’Università Autonoma di Zacatecas, all’Accademia Ispanica di San Miguel de Allende e alla Scuola di Giornalismo Carlos Septièn Garcìa. Quasi mai ha ricevuto nel 2008 il Premio Herralde de Novela e nel 2011. 
MENTRE ERA IN VITA, DANIEL SADA fu considerato il più impegnato avanguardista della sua generazione, paragonato per la complessità del suo progetto a Joyce, Faulkner o Lezama Lima per l’approccio barocco alla scrittura. Nato a Sacramento, nello Stato di confine di Coahuila, ha raccontato la realtà fittizia di Città del Messico nel suo Generación del crack, che raccoglie storie ambientate nei ranch e nei villaggi del deserto del Nord. Fin da subito si è distinto per la stravaganza e lo sperimentalismo della forma, spesso giocato in contrasto con la serietà e l’impegno dei temi trattati. Divenuto famoso nel 1999 con Porque parece mentira la verdad nunca se sabe (Nessuno conosce la verità perché sembra una menzogna), la cronaca di una frode elettorale raccontata in 650 pagine interamente in versi che seguono la metrica dell’Età dell’Oro spagnola, è rimasto fedele al suo visionario progetto letterario fino alla morte, avvenuta nel novembre 2011, pochi giorni dopo la consegna del PREMIO NAZIONALE DEL MESSICO PER LE ARTI E LE SCIENZE.


Hanno detto di questo libro:

«Nella poetica di Sada c’è l’assimilazione dell’intero chiaroscuro barocco, del realismo alla Flaubert e l’invenzione diabolica e febbrile di un mondo vertiginoso che gira, gira e gira» El Periódico

«Un romanzo eccellente in cui le immancabili dosi di umorismo non escludono quelle di una drammaticità indispensabile a renderne verosimili i personaggi» El Correo Español


«Sada sarà una rivelazione per la letteratura mondiale» Carlos Fuentes


«Un narratore profondamente vicino all’essenza dell’uomo» Álvaro Mutis


sabato 2 novembre 2013

Anteprime Del Vecchio Editore: in libreria a novembre 2013

In libreria dal 6 novembre 2013

Titolo: Le ore lunghe
Autrice: Colette
Traduzione di Angelo Molica Franco
 Editore: Del Vecchio
Pagine: 240
Prezzo: 14,00 euro


Dopo Prigioni e paradisi
un altro prezioso inedito di Colette


Un reportage inedito sulla Prima Guerra Mondiale che senza tacere l’orrore del conflitto coglie il permanere della bellezza e il senso della rinascita nel Vecchio Continente. Un libro in cui scorci d’Italia illuminano la narrazione, con una finezza di vedute che solo la penna geniale di Colette poteva regalarci.

«Colette: sono, per così dire, annichilita di fronte a tanta capacità di penetrazione, e di bellezza. Ma come ci riesce?
Nessuno in Inghilterra ne sarebbe capace.»
Virginia Woolf  in una lettera a Ethel Smyth, 25 giugno 1936

Descrizione:
Le ore lunghe, finora inedito in Italia, è tra le opere che meglio rappresentano l’impegno e il talento giornalistico di Colette. Una scrittrice che sa far letteratura, e arte, di ogni momento della vita. Nel 1914 scoppia il primo conflitto mondiale: Colette, già redattrice per “Le Matin”, parte per il fronte al seguito del marito, il barone Henry de Jouvenel des Ursins. Lo accompagnerà a Verdun e poi in un’incessante spola tra Parigi e Roma (1915), Cernobbio (1916), e anche Como e Venezia. In una corposa sezione del testo, chiamata Impressioni d’Italia , la scrittrice offre un delizioso quadro di Venezia (fine luglio 1915) e delle pittoresche pagine dal lago di Como. Colette affronta il racconto della Prima Guerra Mondiale attraverso l’uso della metafora, tanto da poter definire Le ore lunghe un reportage sulla bellezza che non muore, pur soffocata dal frastuono della guerra.

L'autrice:



Gabrielle Sidonie Colette è stata una delle grandi protagoniste della sua epoca, un mito nazionale. Tra le sue opere ricordiamo la fortunata serie di Claudine, La Vagabonda (1911), Chéri (1920), La fine di Chéri (1926), La gatta (1933), Julie de Carneilhan (1941), Il puro e l’impuro (1941), Il kepì (1943), Gigi (1944) e Prigioni e paradisi (1949) pubblicato sempre da Del Vecchio editore nel 2012. Colette è stata insignita delle più importanti onorificenze: membro dell’Académie Goncourt, nonché Grand’Ufficiale della Legion d’Onore, membro onorario del National Institute of Arts and Letters. Fu la prima donna nella storia della Repubblica Francese a ricevere funerali di Stato. 

Hanno scritto di PRIGIONI E PARADISI:

«Queste pagine sono un saggio della straordinaria capacità narrativa e
dell’intelligenza di Colette.»
Giuseppe Scaraffia , Il Sole 24 Ore

«Siamo nel regno della pura letteratura come autoriferimento, ma lontani mille miglia dalla noia didascalica.»
Mario Fortunato , l’Espresso

«Colette è capace di fare letteratura anche sul decorso dell’influenza, su una fetta di pane immersa nel latte da mangiare a merenda.»
Sandra Petrignani , Liberal 

In libreria dal 19 novembre 2013
Titolo: Cosa vuoi fare da grande
Autori: Angelo O. Meloni,  Ivan Baio
Traduzione di Angelo Molica Franco
 Editore: Del Vecchio
Pagine: 184
Prezzo: 12,00 euro

Un romanzo tragicomico sul futuro dell’istruzione italiana. Un ritratto grottesco della scuola e dei suoi fallimenti affrontato con un sorriso che ci lascia più di una speranza per le nuove generazioni.

Descrizione:
Guido Pennisi e Gianni Serra sono due bambini strani; nessuno sembra accorgersi di loro nella Scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Figuriamoci il giorno più atteso dell’anno, il giorno in cui l’anonimo istituto si prepara ad accogliere il più famoso e ricco inventore di sempre, colui che ha dato alla luce il “futurometro”, una macchina destinata a cambiare il futuro dei ragazzi e il sistema dell’istruzione italiana. È tutto pronto nella palestra: festoni appesi, mamme in ghingheri, autorità tirate a lucido. Un’Italia da sempre provinciale è accalcata in quello stanzone, un Paese di adulti mancati pronti a lavarsi le mani del futuro dei loro pargoli con la benedizione della tecnica. La sfida finale alle fantasie infantili è cominciata, ma, forse, gli adulti non hanno fatto i conti con i terribili gemelli Smargotti della III F. Cosa vuoi fare da grande è un romanzo divertente e avventuroso in cui i sentimenti umani sono trattati con delicatezza e verità. Una storia che semina ironia e malinconia e spalanca il cuore degli uomini, lasciandoci alla fine di fronte alla domanda che non dobbiamo smettere di porci: “Cosa vuoi fare da grande?”.

Gli autori:
Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa. Ha scritto la raccolta di racconti Ciao campione e il romanzo Io non ci volevo venire qui (Del Vecchio Editore, 2010). Aggiorna saltuariamente un blog di colore verde come la speranza, la benzina e l’ecologia.

Ivan Baio vive a Berlino. Una volta ha scritto un saggio di araldica e simbologia dell’eroe intitolato Supereroi™ . Attualmente è impegnato nella stesura contemporanea di quattro nuovi romanzi, di un saggio su comunicazione e nuovi media, nella creazione del social network definitivo e nell’educazione alimentare di un gatto rosso di nome Ettore. Collabora con doppiozero.com

Hanno detto di questo libro:

«Angelo Orlando Meloni è riuscito a raccontare la vita e perfino le sue miserie attraverso uno strumento molto complesso: la comicità.»
la Repubblica

«Con ironia e leggerezza, l’io narrante strappa sorrisi amari e risate, guidando il lettore in un viaggio tra orizzonti di mediocrità.»
Stilos

«Frequentare l’ironia così bene da farla diventare comicità, mantenendo fermo l’assillo della parola,
non mortificando il tempio della letteratura, per giunta facendone parte a buon diritto.»
La Sicilia